lunedì 12 dicembre 2011

Racconto di Pia Deidda "La borsetta"


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LA BORSETTA
Bonaria guardava estasiata, la bocca completamente spalancata, il grande armadio ad ante con specchi che era stato appena aperto dalla sua padrona. Quello che stavo osservando, e vivendo, era uno spettacolo di sublime bellezza che le faceva gioire il cuore facendolo battere più velocemente, quasi violentemente. Era stupore per quegli occhioni, enormi e ingenui, vedere in un solo istante tale tripudio di forme, colori e materiali diversi. Era tutto un gioco di indescrivibili sensazioni accumulate in un groviglio troppo istantaneo, difficile da incanalare fra animo e psiche.
L'interno dell'armadio era composto da tanti ripiani completamente ripieni di borsette di ogni tipo. Non si riusciva a contarle. Ci provò Bonaria ma arrivata al terzo livello ne perse il conto.
«Prendine pure una Bonaria. Sceglila tu, te la regalo. Sarà tua, per sempre. Ma non di quelle del ripiano più alto. Quelle no! Quelle non si toccano», aveva detto la padrona spalancando meglio le pesanti ante.
Bonaria accompagnata da uno sfarfallio allo stomaco, allungando il collo e alzandosi sulle punte dei piccoli piedi, poteva vedere nell'ultima irraggiungibile mensola, l'altezzosa Kelly di Hermès, la raffinata 2.55 di Chanel, l'avveniristica Paco Rabanne, la Bagonghi di Roberta di Camerino, l'austera Dior in coccodrillo e poi, Schuberth, Yves Saint Laurent, Courrèges, e ancora Pucci, Gucci, Capucci.
Intoccabili borsette. Le era stato permesso solo di guardarle, ammirarle nella loro solitaria posizione, collocate lassù a ricoprire un posto d'onore come in un palchetto teatrale. Posizione che ne distingueva il loro ruolo sociale.
«Intoccabili borsette» sospirò fra sé Bonaria «Chissà perchè la signora non le tiene conservate nella loro custodia di tessuto? Forse ogni tanto vuole ammirarle, così, solamente aprendo le ante. Ma quando le usa? Non basta un'intera vita...».
Sì limitò a guardare, scorrendo lo sguardo nei ripiani più bassi, e con un sorriso disse alla padrona:« Mi dia un po' di tempo...». Sapeva che non sarebbe stata facile compiere una scelta. Richiuse piano le ante dell'armadio, con fare attento e timoroso, nemmeno fossero state le porte di un tabernacolo. Neanche fosse stata davanti agli ori della Madonna di Bonaria a Cagliari.
Il cordino appeso alla chiave, realizzato con fili di seta intrecciata e terminante con una rosa dorata, ondeggiò lievemente rimandando un aureo bagliore riflesso dallo specchio. Conferma per Bonaria della raffinata eleganza della sua padrona e di quel grande moderno appartamento signorile dell'ultimo piano che si affacciava sui tetti dei Parioli.
«Bonaria? Ehi, Bonaria! Incantata ti sei?».
«Non ti sente, guarda com'è tutta presa...».
«Ma cosa sta guardando?».
«Quella signora continentale seduta al tavolino del bar».
«Non mi dirai che sta guardando la borsetta! Ehi! Bonaria, mi senti?».
«Eja! E' incantata dalla borsetta. Ehi! Bonaria, ci senti?».

Bonaria approfittò di un fine settimana, quando i suoi padroni partirono per la casa al mare, per poter osservare meglio le borsette dell'ultimo ripiano. Era una tentazione troppo grande che l'aveva accompagnata per tanti giorni. Il grande armadio l'aspettava, scrigno di un tesoro per lei inestimabile.
La signora, qualche giorno prima, le aveva chiesto se avesse compiuto la sua scelta e lei, ad occhi bassi, con la timidezza che l'aveva sempre contraddistinta, le aveva risposto di no e le chiese di aspettare ancora un po'. «Certo Bonaria, prenditi tutto il tempo che vuoi. Basta solo che tu non scelga dall'ultimo ripiano».
Aveva utilizzato la scaletta, che la signora usava nel guardaroba, per arrivare fino all'ultimo ripiano. Aveva preso le borsette una ad una con riguardo estremo e le aveva distese tutte sul mastodontico letto. Quel letto le aveva provocato un effetto reverenziale appena era entrata per la prima volta in quella stanza che, ad una stima approssimata fatta a colpo d'occhio, era grande come tutta la sua casa natale dove abitava con i genitori e i cinque fratelli. Era un letto d'antiquariato, antico autentico l'aveva capito, ma inserito in un arredamento modernissimo. Risaltava ancora di più con quelle linee dorate che descrivevano ghirigori, riccioli e giravolte. Svolazzi come sospiri appena trattenuti da quell'arabescato talamo nelle notti parioline. Fu solo un pensiero che Bonaria scacciò subito con verginale candore.
Allineò con maniacale precisione le borsette in file parallele e le guardò inebriata. Passarono così lunghi minuti di silenziosa contemplazione. La camera non fu spolverata come doveva e la cucina rimase sottosopra ancora per un bel po'.
Uscita dall'incantamento ne prese una alla volta, la rigirò fra le mani, la soppesò, ne osservò tutti i particolari, annusandola pure. Eh, sì! La pelle profuma di estratti, di tannino, di aldeidi, di grassi, della storia che ha vissuto. Si sentiva in lontananza l'essenza prediletta dalla sua padrona. Sentore di rosa bulgara e ambra che impregnava i pori più profondi. E l'indice passava leggero e delicato sulle cuciture, le impunture, le borchie, gli intrecci e i rilievi matelassè. Ne ammirava di ognuna l'ottima fattura, la mancanza d' imperfezioni, l'attenzione per i dettagli e i particolari.
La prima fu la Kelly di Hermès. Era la più grande fra tutte, spiccava con la sua rigida alterigia, ostentando il suo colore rosa cipriato. Colore non invadente ma presente come una vera donna bon ton. Maria Bonaria girò il perno nell'asola di metallo e aprì il risvolto rigido; dentro era capiente e rivestita di un tessuto lucido pesante di una tonalità di un rosa appena più scuro. «Proprio una signora borsetta», pensò.
Passò poi alla più piccola, la 2.55 di Chanel che esibiva un aspetto di sensibile raffinatezza. Era di una pelle morbidissima lavorata matelassè. «Impunturata così ricorda un copriletto. Ma un copriletto da signori!». Disse fra sé mentre si metteva la lunga catenella dorata a tracolla. Si specchiò nelle ante dell'armadio e si rigirò con fare malizioso. L'immagine riflessa era quella di una ragazzina con un visino pulito e candido.

«Ma cosa hai fatto Bonaria! Come ti sei conciata!».
«Mi sono tagliata i capelli corti come ho visto in quella rivista dalla parrucchiera, mamma. E' un taglio nuovo, all'inglese».
«Oh! Per carità! Chissà quando verrà tuo padre! Oh! Per carità! E quando vedrà quel colore, figlia mia stimata, ma cosa hai fatto. Cosa hai fatto! Sembri una pannocchia di granoturco! Nasconditi, mì, nasconditi che te le do forti questa volta».

Rimise la Chanel sul letto e prese la borsa più appariscente che potesse esistere sulla faccia della terra. Sembrava uscita da una navicella spaziale come in quei filmetti di fantascienza che i suoi padroni le permettevano di vedere in prima serata. La Paco Rabanne scintillava con il suo intreccio di maglie metalliche argentate. La catena era talmente lunga che la borsa le arrivò alle ginocchia. Era piccolina Bonaria. «Starebbe bene con lo scamiciatino di nappa rossa», disse rigirandosi di nuovo davanti allo specchio. Si sistemò la gonna che saliva sempre un po' troppo in su sopra al ginocchio per colpa di quell'alto cinturone che le cingeva la vita. Anche la signora si era lamentata di quelle gonne un po' troppo corte. Lei le portava sotto il ginocchio, diceva che era più signorile.

«Ma dove pensi di andare vestita così Maria Bonaria? Sembri una puttana!».
«Ma papà...».
«Zitta e corri subito a toglierti quella porcheria».
«Ma papà l'ho copiato da Burda».
«Appunto burda è burda!!! Corri via che se ti prendo t'ammazzo di botte!!!».(1)

E venne la volta della Bagonghi di Roberta di Camerino. Era buffa, come il nome che portava, ma doveva stare bene alla signora quando portava il visone. Creava un bel contrasto. Aveva anche un non so che di elegante con quel velluto nero e la fascia rosa al centro. «Sì, veramente un bel contrasto, ma con un visone, però!».
La Bamboo di Gucci ammiccava gentile dal copriletto. Era di cavallino chiaro color del miele e il manico rigido e spigoloso risaltava più scuro. L'insieme la faceva sembrare un po' orientale e un po' urbana. «Che bella! Che bella! E' la stessa che ho visto a Paola di Liegi nella rivista che la signora tiene in tinello!».
L'ultima, per quel giorno, fu un'appariscente borsetta di Emilio Pucci; era questa di un velluto morbido al tatto che esplodeva in sgargianti forme geometrico astratte verdi, gialle, rosse, rosa e beige profilate di nero. La chiusura in metallo dorato scattò lasciando intravvedere la meraviglia di un interno in vera pelle di un giallo sfacciato. «Questa starebbe bene con la mini in pelle nera lucida. Eh, già!».
Erano proprio belle pensò e le ripose nello stesso ordine in cui le aveva trovate lassù in alto, inviolabili. Non si soffermò a guardarle tutte e, soprattutto, non si occupò quel giorno delle altre dei ripiani più bassi; aveva tante faccende da svolgere incompiute. Avrebbe scelto la sua un altro giorno.

«Bonaria hai proprio deciso, vuoi partire?».
«Sì Annicca, ne ho già parlato con i miei e hanno approvato la scelta».
«Non so come fai. Che coraggio! Io non ci riuscirei».
«Annicca tu lo sai com'è la situazione a casa mia da quando mio padre si è infortunato. Non sappiamo come fare a tirare avanti. I miei cinque fratelli sono ancora piccoli, non li prende ancora nessuno nemmeno come servi pastori o manovali qui in paese. Devo partire Annicca».
«Roma è lontana...».
«Ho parlato con Adelina mi ha già trovato una famiglia e lei i primi tempi mi starà vicina, il tempo di ambientarmi».
«Roma è grande...».
«Lo so Annicca, ma vado a fare la domestica mica devo andare a zonzo!».
«Quante di noi stanno partendo per andare a fare le servette in Continente!».
«Meglio servette lì e pagate, che servette qui nella miseria Annicca mia!».
«Mi sa mi sa Bonaria che tornerai signora e con la borsetta pure!».

E arrivò il giorno della scelta. La signora era uscita annunciando che sarebbe stata via l'intera giornata. Bonaria avrebbe avuto il pomeriggio abbastanza libero per prendere una decisione ormai definitiva. Un'idea in mente ce l'aveva perchè in alcuni sopralluoghi fatti aveva avuto un colpo di fulmine. E, come tutti i colpi di fulmine, era stato un innamoramento immediato. Ma ne voleva avere la certezza e aveva preso in rivista tutte le altre borsette. Ecco perchè erano passati alcuni mesi.
La prese dal ripiano più basso, segno che era stato uno degli acquisti più recenti della sua padrona e immaginava anche dove l'avesse fatto. Non aveva avuto il coraggio di chiederglielo ma una volta l'aveva sentita parlare del suo viaggio a Londra. Diceva che era un altro mondo, che i giovani si vestivano in maniera eccentrica e che i tempi stavano veramente cambiando, dove saremmo finiti. E guarda anche la Bonaria come si acconcia. E viene dalla Sardegna poi, mica dal Nord Europa.
Prendendola in mano rivisse i momenti rubati alle faccende di casa quando il pomeriggio sul tardi correva da Marisa la parrucchiera. Erano attimi che si ritagliava per andare lontano. Voli della fantasia sfogliati su quelle riviste di carta patinata. Parigi, Roma e Milano diventavano di colpo vicini, ma soprattutto Londra. In quegli istanti passati fra miasmi di lacche e permanenti aveva scelto quel taglio di capelli corto a caschetto che tanto si adattava al suo viso affilato e ai suoi capelli lisci come spaghetti. Taglio che era stato ideato proprio da quella giovane creatrice di moda londinese che le piaceva così tanto. La stessa che aveva scelto come sua testimonial quella ragazzina magra magra, con quegli occhioni enormi e dall'aria ingenua, che poteva sfoggiare quelle gonne così corte senza nessuna malizia. Un po' come si sentiva lei, aveva sempre pensato Bonaria.
Infilò il braccio nella corta tracolla a catena e, stando attenta a non rovinarne i fiori applicati, la spostò sulla pancia. Aveva messo il vestitino di nappa nera che aveva cucito di nascosto la notte quando era ancora in paese. Lì sì che risaltavano i fiori gialli e bianchi di plastica ritagliata e applicati su tutta la superficie della borsa. Eh sì, sarebbe stata la sua borsetta.«E chi l'avrebbe mai detto che avrei avuto anche io una vera Mary Quant!» disse fra un sorriso e una piccola lacrima di commozione. Davanti al grande specchio le sembrò per un attimo di vedere riflettersi Twiggy.

© Pia Deidda 2011

Ho scritto questo racconto per ricordare tutte quelle intrepide ragazze che negli anni Sessanta, e ancora agli inizi degli anni Settanta, partirono dalla Sardegna alla volta del Continente per andare a lavorare come domestiche nelle famiglie generalmente milanesi, torinesi e romane. Lasciavano i loro piccoli paesi e le loro famiglie povere, affrontavano il viaggio da sole e le difficoltà dell'inserimento, per una vita non facile ma che speravano dignitosa.
In particolare il racconto è dedicato a M. che lasciò di punto in bianco mia mamma, allora insegnante, a sbrigarsela da sola con due bambini non ancora grandi e la terza in arrivo, perchè l'amica E. le aveva trovato lavoro in un'altra famiglia a Roma. Mia madre ci mise un bel po' a perdonarla.
Ma è dedicata anche a Dandi che invece scelse la via della Svizzera come operaia in una fabbrica di cioccolato. Partì con i suoi capelli corti ossigenati color della stoppia d'estate e la gonna corta.
Forse a spingerle lontano non era solo un lavoro più sicuro e più remunerato ma anche il desiderio di autonomia e d' indipendenza. Esempio, comunque, della tenacia e del coraggio delle donne sarde.
M. tornò con la borsetta. Dandi pure.

(1) Burda: rivista tedesca di moda per cucito con cartamodelli. In sardo indica il luogo dove si rifugiano e coricano i cinghiali, ma anche sinonimo di “figlio di padre ignoto”.

Una recensione:
http://arlara.blog.kataweb.it/2012/01/12/laboratorio-di-narrativa-pia-deidda-2/





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