domenica 17 giugno 2012

Radioantares La Continentale - Pia Deidda

La Continentale - Pia Deidda


http://www.spreaker.com/page#!/user/radioantares/la_continentale_pia_deidda
LOGOSARDIGNA n.43-3/2012
Il mio racconto "Ho cucito la bandiera del nuovo re" in Limba Sarda Comuna



martedì 12 giugno 2012

Un nuovo racconto di Pia Deidda: La continentale



LA CONTINENTALE
(dedicato alla mia mamma)





Giovina appoggiò la bicicletta al muro sbrecciato della trattoria di ziu Antoni. La sensazione di benessere che provava, dopo la pedalata in salita dalla scuola alla piazzetta dove si trovava il ristorante, sarebbe rimasta nelle sue lunghe gambe ben tornite per buona parte del pomeriggio. Si era adattata subito a quelle salite, lei così abituata a strade in pianura o con lievi declivi. Dopo il frugale pranzo, consumato in quel vecchio ma lindo locale, avrebbe continuato il giro fino ad arrivare alla fontana in fondo al paese e poi, seguendo lo stesso tragitto obbligato, sarebbe ritornata indietro diretta alla sua vuota stanzetta della solitaria pensione dove da qualche mese aveva preso alloggio; avrebbe preparato in quell'incombente silenzio le lezioni per il giorno successivo.
Amava quei momenti di energiche pedalate, le regalavano vigore fisico e le permettevano di ritemprarsi respirando quell'aria salubre, dove poteva prevalere, a seconda dello spirare dei venti, l'aria più frizzante che proveniva dall'interno montuoso o quella più calda e iodata di quel mare che si trovava alle spalle del paese, nascosto alla vista dai monti che davano ad oriente.
Dorgali era questo, un paese un po' montano e un po' marino. Montano per la presenza delle alture e della conformazione del suo territorio, in quello spettacolo di picchi dalle varie forme che si stendeva di fronte al paese e si perdeva verso il centro dell'isola; montano nel profumo delle forme di formaggio di pecora e di capra che inondava le stradine, nello scampanio delle greggi che arrivava dagli ovili, nella vita rurale che vi si svolgeva. Marino perchè la presenza del mare vicino Giovina l'avvertiva in quel bel fritto misto che le stava davanti nel piatto e che le ricordava tanto il mare Adriatico così lontano.
Mentre pensava questo si toccò la collana di corallo che portava al collo, era il regalo che si era concessa con la prima tredicesima. Una parte dello stipendio serviva a coprire le spese di vitto e alloggio, il resto lo spediva tutto a casa. Quei rossi refi erano un lusso e diventavano oggetto simbolico di una agognata e forse raggiunta stabilità economica dopo la miseria e la fame vissuta negli anni di quella lunga guerra.
Appena arrivata in Sardegna era rimasta ammaliata dai lavori di oreficeria; molti di questi gioielli erano ostentati per numero e grandezza sui variopinti e ricchi costumi, non solo nelle vetrine delle oreficerie. Gioielli elaborati di finissima filigrana e corallo che esaltavano la bellezza di quelle fiere donne e dei loro vestiti della festa. In tutta la Sardegna i tanti gioielli, uniti alla finezza dei pizzi e delle stoffe, sembravano cancellare la povertà della vita quotidiana di quei remoti paesi che per sopravvivere avevano come unica economia quella agro pastorale.
Gioielli apotropaici, pietre che scacciavano gli influssi negativi e che donavano, o illudevano di dare, grande prosperità e salute e benessere. Giovina con le dita giocherellò con la sua collana.
Rosso corallo, dono del mare, stecco puntuto, albero degli abissi, scultura di sangue.
Elemento scaccia malocchio, annienta cattiveria, allontana malefici.
E non l'aveva imparato in Sardegna Giovina.

Antoni si era fermato davanti al suo tavolo e la osservava; non guardava il piatto vuoto Antoni con l'intento di toglierlo. No, guardava lei passandosi nervosamente e ripetutamente le mani sul grembiule, come a voler scacciare via inesistenti residui di cibo.
“Cosa c'è Antoni?”.
“Signora professoressa...”.
L'imbarazzo era grande, l'aveva capito Giovina.
“ Mi dica ziu Antoni. C'è qualcosa che non va?”.
“Signora professoressa non sta a me dirle quello che sto per dirle, ma...”.
“Sì?”.
“...ma penso che se non lo faccio io nessuno avrà il coraggio di farlo”.
“Antoni parli, mi mette apprensione!”.
Ziu Antoni abbassa gli occhi e il viso diventa paonazzo, più di quanto non lo sia di solito, sempre accaldato com'è là dietro in cucina. Egli conosce la professoressa da qualche mese, da quando viene a pranzo nel suo locale tutti i giorni. Sa che nella pensione dove alloggia non è previsto il pranzo ma solo la cena. E' una bella donna la professoressa, lo pensa ziu Antoni sempre con gli occhi bassi, alta e distinta. E poi con quei pantaloni come sta bene! Ma che imbarazzo parlare con una donna in pantaloni e poi, per giunta, dell'argomento che deve affrontare.
Si arrischia.
“Sa professoressa... la bicicletta...”.
“Sì, la bicicletta, e allora?”.
“Io mi permetto di dirglielo perchè lei, senza offesa, potrebbe essere mia figlia...”.
“Che cosa non va della mia bicicletta Antoni?”.
“Ecco, la gente... sa come sono le persone qui un po' chiacchierone, un po' pettegole, nessuno che si faccia gli affari suoi...e dicono che...”.
“E dicono che...?”.
Sospira forte Antoni e, riprendendo fiato, fa uscire le parole di getto.
“Una donna non deve andare in bicicletta...”.
Tossisce ziu Antoni, si raschia la gola.
“... perchè è scandaloso”.
Giovina lo guarda perplessa, sgrana quegli occhi già così grandi ed espressivi.
“Una donna non può andare in bicicletta?”.
“Così dice la gente di qui, signora professoressa”.
“Ah! E' così? Grazie Antoni per avermelo detto. Ho bisogno però di riflettere su questo. Sa Antoni, dove sono nata io le donne usano molto la bicicletta. E' un mezzo economico che permette di andare in fabbrica anche se si abita lontano. Sa Antoni, nel mio paese le donne lavorano in cartiera. E' la più antica cartiera d'Italia. La carta di Fabriano è la più bella. Si fa anche la carta filigranata, quella che si usa per le banconote. E' un segreto di cui solo i cartai fabrianesi ne sono a conoscenza. Ma poi Antoni, che male c'è? Porto anche i pantaloni...”
“Ecco, appunto: la “continentale” con i pantaloni...”.

Giovina esce mogia e dubbiosa dalla trattoria e, mentre riprende la bicicletta, si chiede come dovrà comportarsi da ora in poi. Non se la sente di diventare oggetto di discussione né tanto meno scandalizzare; peraltro ciò potrebbe influire nella valutazione disciplinare del suo operato scolastico. E' molto amata dalle sue allieve che apprezzano il suo insegnamento, ma non sa come potrà reagire il preside. Anzi, si chiede come mai nessuno le abbia fatto finora qualche osservazione in merito. Forse le critiche sono circoscritte solo a pochi pettegoli.
Mentre pensa al da farsi si dirige verso la pensione tenendo la bicicletta in mano, non se la sente più di salirci sopra, non se la sente neanche più di continuare il giro consueto.

Non sa con chi parlarne, con chi confidarsi. E' sola in paese, da quando è arrivata non ha ancora allacciato nessuna amicizia. E, mentre rimugina fra sé sul da farsi, passa davanti alla casa parrocchiale e le viene l'idea di parlarne con la sola persona che forse può affrontare il problema con distacco e saggezza. Una persona che conosce bene quella gente e le loro consuetudini. Ha visto il parroco alcune volte e le è sembrato uomo pio, di una bontà però non leziosa o bigotta.
Giovina non frequenta la chiesa, non crede, o meglio, la si potrebbe definire agnostica. Il problema del fine ultimo dell'esistenza è stato accantonato fra sacramenti presi per dovere filiale e adempimenti di giovane antifascista che ha militato prima come staffetta partigiana durante la guerra e dopo come impiegata nella libreria Rinascita.
Un po' tentennante Giovina suona il battacchio della casa parrocchiale; il parroco, che si trova nell'orto dietro la casa, le dice a voce alta di raggiungerlo nel retro. Il prete sta zappando una terra dura e nera con le maniche rimboccate oltre i gomiti e la tonaca tutta infangata. E' una visione che piace a Giovina, le fa sentire quell'uomo più umano e più vicino alla gente.
«Nel mio paese abbiamo la vanga; con essa è più facile smuovere la terra più dura. Non capisco perchè non la si usi anche qui».
«Signora professoressa, quante cose ancora non abbiamo! Forse noi sardi scontiamo più degli altri le parole bibliche “Maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo...».
«Eppure anche al mio paese non è sempre tutto facile. Per esempio se si considera il freddo d'inverno. Il paese è dentro una conca non ventilata e, quando nevica, il gelo staziona per mesi. Sapesse che geloni ho sempre avuto! Oppure i terremoti! Non mi ci faccia pensare, quanti spaventi ho preso! Forse è anche per questo che mi piace la Sardegna, almeno non è soggetta a sismi...».
«E qui le cavallette a milioni, e le zanzare con la malaria, e la siccità per mesi...Devo continuare?».
«E' bella questa terra. Ci sono da pochi mesi ma sento che sarà la mia casa per sempre. Sa che quando facevo le scuole elementari m'incantavo a guardarla nella cartina geografica appesa sul muro dell'aula? Forse una premonizione...».
«Ecco ho finito. Sediamoci qui sotto l'albero e mi dica il perchè di questa visita».
«Sono venuta da lei per un consiglio perchè non so come comportarmi. Poco fa mi è stato riferito che qui in paese vengo criticata perchè vado in bicicletta e porto i pantaloni. Ma, come dicevo alla persona che mi ha messo al corrente di questi pettegolezzi, al mio paese è normale che una donna usi la bicicletta. Sa, è un paese operaio...».
«Sì, conosco la realtà in cui lei è vissuta. Gli ultimi anni di seminario ho avuto come confratello un giovane emiliano e spesso mi raccontava della sua mamma e delle sue zie operaie che partivano dalla fattoria, dove gli uomini accudivano i campi e gli animali, per andare a lavorare in fabbrica in bicicletta. Penso che non ci sia nulla di male per una donna andare in bicicletta. Però sono realtà diverse, professoressa, e sarà lei in questo caso a doversi adeguare e cercare di capire la diversa mentalità; soprattutto se, di questo paese, ne vuole fare la sua casa. Non si tratta di essere più o meno arretrati. No, non si tratta di questo. Sono solo mondi molto diversi, con cultura e valori dissimili. Se le persone hanno da ridire è perchè ritengono indecoroso il suo comportamento; non fa parte della tradizione di questo nobilissimo paese che è Dorgali. Il consiglio che le do è questo, se vuole ambientarsi e vivere una vita serena e ben integrata: non faccia chiacchierare le persone e lasci perdere la bicicletta, e anche i pantaloni».
Giovina guarda il prete capendo la sua filosofia. E' donna intelligente Giovina e sa che quella sarà una delle tante rinunce che dovrà fare da oggi a venire. La prenderà come un baratto per godere di quella bella terra, del suo calore, della sua asismicità, della sua ospitalità.
Ogni terra offre i suoi doni e questa ne avrà da offrire di belli a giovane continentale.


© Pia Deidda 2012

Perrotti, Costume di Dorgali

sabato 9 giugno 2012


Cosa dicono i lettori di 
"E cantavamo alla luna"
di Pia Deidda


   
Rosy Giorri
Appena lo Apri ti rendi subito conto che stai Per affrontare uno dei Viaggi più Affascinanti che ti permettono di Tornare a casa. Una sensazione Dolce e Dolorosa che ti appartiene da sempre mista ad attese e conferme con Te Stessa, con il Tuo Essere Donna e Madre in Terra Lontana !!! Un Romanzo da Leggere e Custodire gelosamente nelle Librerie di tutte le Case, per chi volesse capire l'Essenza Ancestrale della Nostra Isola ... Bellissimo Perdersi tra le righe....
Katia Debora Melis
L’ultima opera narrativa di Pia Deidda, edita dalla Zènìa Editrice di Nuoro nel 2011, già dall’immagine di copertina, opera di Elsa Molinari, presenta forti tratti evocativi. Terzo romanzo dell’autrice, sempre più orientata al recupero delle sue origini e delle antiche tradizioni sarde, l’opera appare ben ideata e narrata, di piacevole e facile lettura come, del resto, i due precedenti romanzi, Rubia e L’ultima jana.
La narrazione, suddivisa in brevi capitoli, ognuno dei quali contraddistinto da un titolo rappresentativo, procede rapida sullo scorrere di un linguaggio generalmente medio, che alterna ampi brani narrativo-descrittivi a dialoghi intessuti con secche battute.
Colpisce subito il ritmo cadenzato delle iterazioni e degli iperbati di una narrazione condotta al ritmo della musica, a passo di danza, al passo della marcia dell’esercito invasore. Lo stile di Pia Deidda riprende quello formulario degli antichi aedi, volutamente, posizionando il fulcro della narrazione sul valore dell’oralità come trasmissione di saperi ed esperienze, anche se traumatiche, e del ripetere per ricordare.
Se al centro della produzione narrativa dell’autrice, prima con Rubia, poi nel secondo romanzo con Cicytella e, infine, qui, con Airam, la figura attorno a cui si dipanano le spire delle vicende è la donna e l’universo variegato del sentire femminile, tuttavia in E cantavamo alla luna è la collettività che tesse le linee della storia, microstoria a macrostoria, a cui dà senso e corpo proprio il sentimento di comunità. Ecco che Pia Deidda, con grande sensibilità, torna indietro e riproietta sullo sfondo della conquista romana della Sardegna quelli che sono i sentimenti, le paure, il disorientamento dell’uomo d’oggi. Così se Airam e le sue, le nostre genti, volevano risposte concrete e certe sulle incommensurabili domande che la vita poneva loro senza tregua e con durezza, altrettanto si può dire per il presente. E’ dunque quella narrata dalla scrittrice ogliastrina una storia senza tempo, sempre in atto, che se i poeti canteranno i nostri figli non dimenticheranno.
Altro aspetto della scrittura della Deidda, che affianca alla preponderante produzione in prosa pregevoli versi, è l’attenzione ‘poetica’ per la natura della sua terra, descritta con tratti che vanno, alternativamente, dal realismo quasi iconico a note idilliache. A ben considerare, infatti, proprio la natura sembra essere la vera protagonista del libro; a lei la maggior parte dello spazio nella dimensione descrittiva della narrazione, tanto che i personaggi che vi si muovono dentro appaiono, credo volutamente, disegnati con tratti generici, quasi rarefatti, specie la figura di Airam la sacerdotessa.
La maggior ricchezza di aggettivazione, infatti, è dedicata al paesaggio, al territorio, agli elementi naturali, animali e vegetali, e manifesta la sovrana potenza della Natura nel mondo sardo arcaico: l’uomo, quasi piccolo puntino sparuto, ne appare attratto e respinto, cullato dalla terra che l’ha generato e alimentato e protetto, a volte, altre volte quasi escluso o abbandonato. Tutta la narrazione presenta aspetti di questa dualità, nel rapporto interno-esterno, alto e basso, cielo e terra, materia e spirito, in una conciliazione che, specie al volgere delle vicende verso il loro epilogo, parrebbe totalmente impossibile, mentre si mostra naturale e necessaria.

Battistina Meloni
Conquistata, ammaliata dal "canto alla luna" di Pia Deidda
Una sola parola per definire la sensazione di "fine lettura" AMMALIATA...
Bello davvero lo scorrere delle pagine. Il finale poi, intriso della dolcezza e della forza delle nostre donne.
Mi ricorda la sensazione di "Rubia" 

Albino Agus
 Ho letto il libro “E CANTAVAMO ALLA LUNA" e devo dire che mi è piaciuto moltissimo. E' scritto molto bene; in un italiano perfetto e la lettura risulta piacevolmente scorrevole. La fantastica storia, che mi ha coinvolto, appare reale nei minimi particolari al punto che: non sembra un racconto di fantasia, ma una cronaca di avvenimenti vissuti dalla stessa autrice. Ed io, usando quella fantasia di cui sono provvisto, ho immaginato che Pia Deidda fosse entrata in uno stato di ipnosi e facendo una regressione nel passato, avesse rivissuto gli avvenimenti dell'epoca di cui racconta; facendolo apparire come un episodio reale vissuto in un'altra vita. Questa mia fantasia è stata stuzzicata anche dal titolo; difatti Lei non scrive: “E CANTAVA ALLA LUNA” ma “E CANTAVAMO ALLA LUNA”. Quasi una dichiarazione di presenza in quei luoghi,durante la dominazione romana, quale testimone oculare dei fatti di cui racconta in modo così minuzioso e reale, come potrebbe solo una persona che quegli avvenimenti li avesse vissuti. E, sempre dando spazio alla mia fantasia, la vedrei ben collocata nel personaggio di Airam...
Durante la lettura ho sentito i profumi delle erbe aromatiche, il rumore delle cascate e mi sono quasi sentito bagnato dagli spruzzi di quelle fresche acque. Alla fine, quando ho chiuso il libro, ho sentito una gran voglia di arrotolarmi nell'argilla polverosa, nell'erba morbida dei pascoli descritti per poi tuffarmi nel mare frizzante come quello di una volta, quand'ero bambino, nel quale ho provato la sensazione di trovarmi immerso in un barile di birra spumeggiante ... ; e, non mi vergogno di dirlo, anche con la voglia di un bel pezzo di pecora bollita ...
Io dico che, E CANTAVAMO ALLA LUNA dovrebbe entrare nella casa di ogni sardo; perché leggendolo, benché non sappiamo dove stiamo andando, si riesce almeno a capire da dove veniamo.
Ringrazio il Circolo Kinthales di Torino che mi ha dato la possibilità di conoscere Pia Deidda e conseguentemente di leggere il suo bellissimo libro che raccomando a tutti di leggere.
Ringrazio anche Luisa Pisano che, per il fatto che io non potrò, per cause di forza maggiore, essere presente, ha accettato il compito di leggere questo mio commento assolutamente sincero.
E chiudo augurando all'autrice di E CANTAVAMO ALLA LUNA tutto il successo che merita perché è davvero molto brava!
Complimenti e tantissimi auguri a Pia Deidda e un saluto e un abbraccio a tutti i presenti.

Marina Altea Santus
 
"E cantavamo alla luna" e "L'ultima jana" letti d'un fiato Pia ... io e il mio compagno ... bellissimi tutti e due!!

 
Eliano Cau (scrittore)

 
Le opere di Pia hanno la profonda levità dei romanzi che non muoiono. L'oblio si accanisce contro le storie incongrue e vane, non contro quelle che ci danno piacere e ci conducono in mondi conosciuti ma ignorati dai più. Leggetele, le sue storie, poi ne parleremo qui e dove vorrete: ne varrà la pena. 

 
Linda Soglia

 
Ho letto "E cantavamo alla luna": molto bello! Mi sono piaciute la tecnica narrativa (soprattutto i dialoghi serrati) e la preservazione della memoria e dell'identità. Bravissima, cara Pia!  

Cassiano Abis

Ho finito di leggere "E cantavamo alla luna" giovedì scorso e, come mia abitudine e piacere, devo dire la mia (...). E' un bel racconto. Delicato persino nella sua crudezza. Descrittivo, ma mai noioso.
Penso che alcuni passi non li dimenticherò mai, e questo fa del libro un tesoro, vuoi perché ci appartengono, vuoi perché ne stiamo ancora soffrendo.
Uno per tutti la descrizione a pag. 81 al cap.: "Il potere di Airam". Mi piacerebbe che fosse ancora così, ma, salvo rare occasioni, quegli 'scogli rossi', anche a girarci intorno, appaiono sempre più distanti. Il racconto della invasione Romana si fa quasi verosimile, e chi cantava alla luna si è fatto voler bene.
Grazie Pia.

Maria Antonietta Arzu


Grazie Pia ho letto il tuo libro. Ho trovato una ottima iniezione di cultura. Che dire? Fantastico!! Sai ora lo devo leggere per la seconda volta, perché ho paura di aver tralasciato qualche dettaglio...Ti abbraccio!!!

Marina Meiko Tozzo 

Beh, che dire... l'ho terminato ieri sera dopo averlo letto per la seconda volta. Negli ultimi anni sono sempre scappata dai romanzi, preferendo la saggistica. Il tuo è stato il primo dopo 4 anni di rifiuto. Che dire? Elegante nel tracciare... sentimenti ancora cosi attuali. Fresco nel fondere mito e storia. Molto nuova la modalità di dialogo dove la riformulazione mi è giunta come eco, l'eco che dà forza alla verità hic et nunc. Una parte di Ariam vive in ognuna di noi. Grazie Pia.
E ancora:
Ho letto questo libro con grande piacere tutto in una sera. E' un modo per capire anche , come eravamo prima che arrivassero i romani a colonizzarci. Storia poetica di una sciamana sarda e delle sue vestali, se cosi si può dire....baci a tutte.

Paola Sacco

Ancora una volta Pia Deidda ammalia i suoi lettori in modo suggestivo con la sua prosa fresca e poetica. Benché la storia si faccia affrettata verso la fine, carpita dalla velocità, la scrittrice accompagna, con immensa grazia, i suoi lettori in un intreccio ben lontano dai nostri tempi (...forse troppo eterea la sacerdotessa!?!). E tutti, lettori curiosi del dopo, rimangono piacevolmente impigliati nella purezza descrittiva della natura sarda. Un paesaggio, composito, a volte accogliente, altre poco incline nei confronti dell'uomo ma sempre misterioso e intrigante. E la prosa? La prosa funge da guida nello scorrere delle pagine e, come briosa sorgente, rinfranca piacevolmente il lettore.
Magico e surreale s'incastonano in perfetta simmetria con il reale della storia proposta. Pia, grazie perché nutri di sogni le nostre letture.

Elda Mari

Ciao, Pia, ho letto il tuo romanzo E CANTAVAMO ALLA LUNA e devo dirti che me lo sono goduto dalla prima all'ultima pagina: è una piccola filigrana letteraria, tessuta tra storia, mito e fantasia con la grazia di una fiaba, con piacevoli e leggeri voli descrittivi dei paesaggi in cui si svolge. Bello.

Giusi Ginatempo

Ho letto il libro tutto d'un fiato, ne sono rimasta affascinata, sia dal personaggio femminile che dai paesaggi incantati. Non so se è una mia proiezione, ma ho visto questo istinto di vita portato avanti dalle donne, che resiste in tutti i modi alla violenza della guerra, di cui sono portatori gli invasori, anche se il personaggio del console romano è apprezzabile perchè ricco proprio di istanze contraddittorie e per il suo legame con la cultura greca...
A quando il prossimo?

Angela Mulas

Ciao Pia.....ho comprato e letto il tuo libro.....E cantavamo alla luna!!!! Complimenti mi e' piaciuto tantissimo....Buona serata*_*!!!!!!!

Anna Nosotti

Ho letto con attenzione il tuo ultimo libro. L'ho poi lasciato "decantare" ( come si fa col vino prezioso) e
l'ho rivisto nelle parti salienti ieri sera. Mi è piaciuto, molto più degli altri due: bella la mescolanza
tra storia e mito, belli i diversi registri linguistici, interessanti e vivi i personaggi. Inoltre, certe ingenuità
degli altri due romanzi sono quasi sparite del tutto. Permangono a volte nel linguaggio: è giusto che questo
sia epico-evocativo-favolistico, ma occorre, a mio giudizio, un pò più di rigore.
Nel titolo poi avrei evitato il "e " iniziale ( che fa tanto Cronin:"E le stelle stanno a guardare"): senza, il titolo è MOLTO più incisivo.
Ho risposto ad Anna ringraziandola ma precisando sul titolo al quale sono legata in modo particolare:
Per quanto riguarda invece il titolo ti devo dire che è nato prima il titolo e poi lo scritto (così come per Rubia e L'ultima jana). Doveva essere E NOI CANTAVAMO ALLA LUNA, ma poi tolsi il “noi” e lo lasciai intuire. Quella E ha un significato simbolico proprio di congiunzione: noi sardi “di oggi” uniti/congiunti al ieri in una ricerca d'identità. Il finale con Airam e Ineles non è l'epilogo.
Al Bosco Seleni non solo loro ma (anche) noi cantavamo alla luna.
So che sembra assurdo fra bolli filatelici dell'Unità d'Italia, centocinquantenari e simili. Ma noi sardi abbiamo bisogno oggi più che mai che non venga dispersa questa eredità.
Ma il discorso è lungo...
Stefania Loddo Lai 

E cantavamo alla luna è uno splendido aereo di carta , magico e indistruttibile per volare sui nostri luoghi ed entrare nella leggenda ... grazie !!

Graziella Deplano

Ho recentemente visitato il "Selene" ed ho rivissuto l'atmosfera del tuo romanzo...in particolare ho sentito la presenza di Airam, la sacerdotessa....!! Bellissimo, mi è piaciuto molto..complimenti !!! 

Rosalia Russo

La storia mi ha un po' solcata dentro. Ho ritrovato degli echi lontani di radici che non credevo di avere (ad esempio il culto della luna, sul quale so alcune storie/leggende). Poi come lettura è capitata in un momento particolare, in cui stavo elaborando una teoria tutta mia per la quale in realtà non mi sento abbastanza sarda e ne soffro. Questa tua storia mi ha in un certo senso fatto riflettere, mi ha fatto sentire legata alla mia terra anche se il mio sangue è misto: dopotutto Ineles è figlia di un romano, chissà di quale provincia. Eppure è la custode del patrimonio religioso del popolo sardo...

Claudia Zedda (autrice di Creature fantastiche in Sardegna)


Ciao Pia, ieri notte ho finito di leggere il tuo "E cantavamo alla luna". E' molto coinvolgente! Rende il passato antico cosa viva, e al lettore consente di muovercisi dentro, a proprio piacere. Complimenti.

Antonella Sica

Ciao Pia volevo dirti che ho letto E CANTAVAMO ALLA LUNA!! L'ho letto in vacanza in Sardegna nella meravigliosa spiaggia di Foxilioni!! L'ho trovato bellissimo e me lo sono ... divorato in pochi giorni! Complimenti!

Walter Curreli

Grande Pia! Ho letto il tuo libro. Sei stata proprio brava a descrivere le sensazioni che gli ultimi nuragici hanno provato quando sono arrivati i primi colonizzatori romani. Airam la sacerdotessa predisse bene: l'orda di uomini avidi non si sarebbe fermata lì...

Lucilla Trapazzo (attrice)


Pia , ho ovviamente letto il tuo libro e la cosa che mi è piaciuta di più è stato lo stile narrativo, l'alternanza tra capitoli più elegiaci e di ampio respiro e quelli solo di dialoghi, un modo efficace per avanzare l'azione velocemente pur se in modo profondo.

Stefania Loddo Lai (artista)

Sto leggendo la storia di Airam e percorro il bosco con la mente ... sono dentro anche io .... mi piace ... :-)

Antonietta Naitza

Ho appena finito di leggere "E CANTAVAMO ALLA LUNA". Delizioso,storia delicata, con un ritmo tutto particolare che a parer mio si presterebbe anche ad una rappresentazione teatrale...Nella lettura percepivo il ritmare del ballo sardo, per non parlare poi della descrizione del paesaggio che mi ricorda zone conosciute e a me care....Complimenti.

Antonio Sale

Pia, sto rileggendo il tuo libro. Lo trovo meraviglioso; ci racconti con Airam un pezzo della nostra storia con grande umanità.

Natascia De Leo

Finitoooooo!!! Bellissimo e magico... E' il "profumo" della forza delle donne sarde, siano esse umane che janas, è sempre così intenso, anche in questa tua ultima perla. Brava Pia!
E quando tra qualche giorno rivedrò i miei Scogli Rossi ripenserò a "quel" romano e gli dirò "Non parlo di forza, romano. Parlo di unità. Non abbiamo un esercito, non abbiamo strategie militari. Io parlo di unità di popolo. Parlo di una sua unica identità."
Evviva il Popolo Sardo! W la nostra Sardegna!

Valeria Corradi

L'ho appena finito di leggere! Bello!

Rosy Aresu

Sono nel bosco e vago leggiadra pensando a te Pia e a chi il bosco lo ha vissuto millenni fa, e nel bosco ha trovato fonte per i suoi meravigliosi scritti.
E ancora:
"Mare e montagna,presenze inscindibili di quest'isola,che si fondono insieme. Sul cuscino prese anche una fibbia d'argento e corallo finemente lavorata. Rappresentava la Luna su un cielo costellato di stelle": dal libro di Pia Deidda "E cantavamo alla luna", tutto ciò che noi siamo come popolo, scritto magnificamente da Pia, che in questo racconto riesce a far rivivere in chi lo legge un culto antico ,che esalta ciò che oggi siamo come popolo, Airam, che rappresenta il sentimento, il carattere, la nostra interiorità, Airam che ha dentro di sé i caratteri delle donne di Sardegna. Grande Pia riesce sempre a creare con i tuoi libri una magia antica, grazie!
Fai rinascere sentimenti sopiti,travolti dalla quotidianità, riesco a uscire dal quotidiano leggendoti e mi sembra di rivivere nelle vesti dei tuoi personaggi, non riesco a non mettere per iscritto ciò che trabocca quando mi avventuro nel tuo mondo; scrivo pure male, sembra che una forza sconosciuta mi faccia scrivere velocemente, quasi per non lasciare sfuggire ciò che provo e che vorrei non svanisse, scrivendo riesco a sentirlo mio.
Sto centellinando il tuo libro, non ho finito di leggerlo, ne leggo alcune pagine e poi lo ripongo, mi piace leggerlo piano piano.

Paolo Cara 

"E cantavamo alla Luna", ...
Anche qui Ti sei dimostrata grandissima, poiché nello scorrere della lettura, mi sono immerso nel tempo e nei luoghi da Te descritti con meravigliosa maestria.
Ho percepito le forti vibrazioni durante le Meditazioni di Airam, con l'aspetto Divino della Luna, e Tu sai quanto io senta forte il culto della Grande Madre, un qualcosa che è risvegliato in me, un qualcosa che da sempre percepisco, un qualcosa di cui sono consapevole che altro non è, che l'Amore Materno di Dio.
La descrizione dei boschi, delle rocce, del mare, del cielo e della luna, sono descrizioni ricche di divinazione e devozione.
Tu hai il grande dono nel descrivere con maestria la bellezza che percepisci, così da far vivere ciò che scrivi al lettore che sa immergersi in maniera profonda nell'incanto, grazie all'Amore Divino presente in ogni essere umano.
Grazie carissima Pia di quest'altra grande perla che hai regalato all'umanità intera.
La storia, la grande storia del Popolo Sardo, grazie anche a Te, vivrà in eterno, poiché con questi Tuoi racconti, altro non fai che tramandare di generazione in generazione, la nostra antica storia, il nostro antico culto e la forza di grande e infinito Amore che vive in ogni nostro cuore.
Colei che è il Puro Desiderio di Dio, Colei che è la Creazione, Colei che quotidianamente ci dona il Suo Eterno Amore, in eterno Ti Benedirà.
Un abbraccio forte e ricco di fraterno affetto da parte mia, che Ti stimo infinitamente.
Paolo.

Isabella Soverino

Ho finito E cantavamo alla luna semplicemente stupendo!
Ho trovato il romanzo molto coinvolgente nell'insieme: dalla descrizione del paesaggio marino della Sardegna alla vicenda storica. E' molto bello e poi come sempre c'è coraggio e amore nella vicenda.

Mario Casagrande (autore del "Palloncino bianco")

Oggi ho terminato di leggere il romanzo" E cantavamo alla luna" Una storia davvero tenera, ricca di amore per la propria terra!! Come sempre, Pia Deidda ha dato il meglio, mi ha letteralmente affascinato con i suoi storici personaggi!!!! (Quinto Cornelio e in modo particolare Airam che mi ha conquistato) Grazie a Pia Deidda per avermi dato la possibilità di leggere questa stupenda storia... Ancora COMPLIMENTI!!!!!!

Laura Contaldi

Ho terminato la lettura di "E cantavamo alla luna". Come sempre Pia riesce ad incantarmi con i suoi libri in cui storia, fiaba e leggenda si uniscono per dar vita ad un racconto che è un omaggio alla sua terra ,alle sue origini, alle sue tradizioni.
La lotta del popolo sardo contro i romani fu veramente caparbia. Essi non volevano assolutamente sottostare alla trasformazione radicale della loro civiltà e dei valori morali cui voleva sottoporli il dominio romano.
Airam, sacerdotessa di un antico culto lunare, si oppose con tutte le sue forze a Quinto Cornelio, comandante romano, e il dialogo tra loro è tra le pagine più belle.
Un libro al femminile, scritto egregiamente, brava Pia!

Loredana Cuccu

E' una fusione di magia, storia antica, ma sempre attuale e natura.
E' profumi e sapori.
E' tradizioni, radicate nel tempo, inserite in un mondo “divino” che sembra tanto lontano, ma è stato tramandato.
E' quel ballo tondo reso mistico.
E' speranza nel domani che vince sulla crudeltà.
E' una donna caparbia, come le sarde riescono a essere spesso...e tanto bene.
E' amore per la terra sarda e il suo popolo.
E' quel “saremo altro”...”siamo già altro da tempo”.
(...)
Mi piace come hai descritto la sofferenza di questa divinità, tanto umana in questo suo desiderio [avere una figlia n.d.r].
E tutte le tradizioni raccontate nella realtà di questo popolo...pensavo a una persona “continentale” che non conosce così bene l'isola e magari si perde la magia del confronto, del pensare “ma sta parlando di...” “ma questo è...”.
Pia, sai che si vede davvero quanto sei legata all'Ogliastra?! Ma ti è mai venuta voglia di ritornare lì? O ti accontenti di riviverla quotidianamente nella tua realtà e nei tuoi libri?

Federico Deidda
Ho letto «E cantavamo alla luna» e l'ho trovato molto bello. E' scritto benissimo.
L'idea di affidare a una donna le sorti del popolo è azzeccatissima. Alcune pagine sono bellissime, mi riferisco soprattutto al dialogo di Airam con Quinto Cornelio e dove descrivi l'incalzare della violenza subita dalle donne a opera dei romani. L'idea di romanzare la nostra storia è talmente indovinata e la tua prosa è talmente efficace che mi sono trovato alla fine, e non ci potevo credere, che non ci fossero altri fogli. Sarebbe perfetto se tu mi confermassi che questo è solo il primo capitolo, e che ne seguiranno almeno altri 11! (...) C'è fame di storie nuove, di saghe mai lette e quella del nostro popolo la devi scrivere tu, si sente che l'ami profondamente.

mercoledì 6 giugno 2012

Il 16 giugno sarò qui e leggerò quattro mie poesie tutte sarde...








Roberto Locci, Un ponte sul tempo (Poesie)

 Roberto Locci
Un ponte sul tempo
Poesie
BookSprint Edizioni 
2012


 
Questa raccolta di poesie nasce in un periodo travagliato della mia vita.
Spinto dall’amica scrittrice Pia Deidda, cominciai a mettere sulla carta quelle emozioni che da sempre affollavano la mia mente.
La solitudine della mia casa a pochi passi dal mare, il rumore delle onde che s’infrangevano sulla scogliera, si fusero con la nostalgia e la malinconia dando vita a questi scritti.
Il titolo del libro è una visione che si è fatta chiara nella mente.
Una vecchia fotografia in bianco e nero, ingiallita dal tempo, mia madre che mi stringe a se in riva al mare, poi …
un'altra fotografia, digitale, nitida, sullo schermo di un computer, io che abbraccio i miei figli.
Questo è il ponte, non per unire luoghi, ma tempi distanti, un ponte per attraversare il fiume della vita.
 
 

 
Una poesia a me cara...
 
Solo gli occhi
 
                                                             a Pia

Ti vedo
sei qui
fra le mie mani
su una vecchia fotografia ingiallita.
Il tempo era allora un germoglio chiuso
bambina dai biondi capelli.
Quanta serenità in quegli occhi felici
quanto amore in quella carezza fatta al tuo gatto nero.
Come foglie d’autunno
i giorni sono volati via veloci
Tante cose son cambiate,
quella bambina di ieri
oggi è una donna
solo gli occhi sono rimasti gli stessi
in essi
ci leggo la stessa meraviglia
di chi si estasia,
nel contemplare
la bellezza del mondo.


Grazie Roberto!

 
Roberto Locci nasce a Sant’ Antioco (centro principale dell’omonima isola) nel 1961.
L’attuale Sant’ Antioco, già Solki degli antichi fenici, importante centro di scambi del mediterraneo di migliaia di anni fa, è un isola dalla natura selvaggia, ricca di importanti testimonianze archeologiche.
Lavora presso la centrale termoelettrica dell’ Enel di Portovesme.
Da circa dieci anni vive a Maladroxia, piccolo borgo affacciato sul mare del Golfo di Palmas.
Ha partecipato a vari concorsi letterari ottenendo dei riconoscimenti: Premio ex aequo per i primi dieci classificati per il XXVI Premio Letterario “La Mole” a Torino durante l’ostensione della Sindone del 2010, per la poesia: “Ho incrociato il tuo il tuo sguardo di uomo” Menzione d’onore per il XVII Premio Letterario Internazionale Trofeo Penna d’Autore per la poesia: ”Ti ho cercata” Menzione d’onore per XIII Concorso Nazionale di Poesia “Città d’Iglesias” per la poesia: “Quando il sole avrà”,  più altre  pubblicazioni su vari libri di poesia.

http://www.booksprintedizioni.it/libroDett.asp?id=1153